Se non ora, quando? Se non a scuola, dove?

Molte sono ancora le resistenze ad inserire tra gli argomenti di studio i social network e a favorirne, in classe, un uso guidato che possa consolidare negli allievi specifiche competenze comunicative, digitali e relazionali.

Perché?

Tra le diverse ragioni della chiusura dell’aula ai social network vi sono senza dubbio:

  • mancanza di competenze da parte dei docenti

La maggioranza dei docenti (digital immigrant) non è in possesso di competenze utili a “condurre” gli allievi nella conoscenza (non solo teorica) dei social network.

Diversi sono i docenti in rete…ma quanti sono in grado di progettare un’esperienza didattica in cui il discente possa imparare ad essere cittadino digitale?

  • timore di legittimare il nuovo

Nonostante le indicazioni europee e ministeriali, relative all’organizzazione dell’offerta formativa e del curriculum, aprano le porte al digitale, permane tra i docenti un certo timore a legittimare qualcosa che è profondamente diverso da ciò che, per tradizione consolidata, si studia sui banchi di scuola.

Sembra quasi che, LIM a parte, la tecnologia sia considerata qualcosa che gli allievi debbano abiurare all’atto dell’appello per potersi “seriamente” dedicare allo studio.

  • senso di “protezione”

È forte il sentimento di protezione  dei minori da eventuali pericoli legati ad una loro presenza in rete. Esso è condiviso da genitori e docenti ed è, in parte, dovuto alla consapevolezza di non poter vigilare in modo competente.

I docenti, inoltre, temono il carico di responsabilità che si andrebbe ad aggiungere a quelle, già numerose, che gravano sulle loro teste conducendo, anche solo virtualmente, gli allievi fuori dall’aula durante le ore scolastiche.

Dubbi e resistenze sono assolutamente comprensibili e, spesso, anche condivisibili. Ma allora?

Si lascia anche questa volta la realtà e le sue urgenze fuori dalla porta dell’aula?

Se non ora, quando saremo pronti a progettare e a realizzare esperienze di apprendimento autentiche che integrino competenze disciplinari e cittadinanza (digitale)?

Se non a scuola, dove e a chi demanderemo la formazione del soggetto ad essere  cittadino del contemporaneo?

I bisogni formativi non devono essere intesi come bisogni esclusivamente disciplinari ma aperti all’esperienza “completa” che il minore compie del mondo.

L’espressione “rendere l’allievo protagonista dell’intervento formativo” si traduce in concreto in un “completo” ascolto dei bisogni formativi di cui è portatore e nella progettazione di percorsi di apprendimento genuinamente personalizzati.

È innegabile che i soggetti in formazione oggi sentano fortissima la pressione esercitata dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nel loro spazio privato e sociale. Per questo non è possibile ignorare l’urgenza di integrare nella prassi didattica l’uso e lo studio dei social network.

L’ICT ci ha dotato di altri sensi e di altre dimensioni che tutti ormai,  sebbene quasi mai formati per farlo, utilizziamo ed entro cui ci muoviamo.

L’esperienza educativa, oggi, senza esperienza “guidata” dei social network è un’esperienza incompleta.

Per educare i minori a vivere la rete in sicurezza ed in modo competente, è a scuola che essi dovrebbero  “trovare l’occasione” di essere immersi nel web per poter essere, dai docenti, osservati (individuazione dei bisogni) e guidati ad apprendere (progettazione e realizzazione di esperienze formative personalizzate).

Non più soli in rete!

Lasciare che i soggetti in età scolare sperimentino i social network da soli, come accade nella realtà ed è inutile ignorarlo, è certamente più pericoloso che guidarli step dopo step.

Alcuni esempi di quanto possa essere dannoso lasciare che i ragazzi imparino da soli sono:

  • l’impronta digitale non consapevole

popolare il web in modo “non educato” li espone al rischio di lasciare un’indelebile impronta digitale con cui saranno in futuro chiamati a confrontarsi;

  • la difficoltà a riconoscere la reale intenzione

non essere formati ad essere prudenti (in modo competente) nel relazionarsi in rete con persone non note li espone al rischio del  “child grooming”,

  • il tempo ininterrotto di connessione  

vivere in modalità “sempre connesso” senza essere educati a:

– difendere il “proprio spazio privato”,

– difendere il “proprio tempo”,

– valorizzare le differenze esistenti tra un’attenzione distribuita (human multitasking) e un’attenzione dedicata allo svolgimento di una sola attività per volta

non consente loro di essere consci dell’influenza che  la continua connessione esercita su stile e qualità della loro vita off line.

È lontano il tempo della scuola che sfogliava le pagine dei libri in ordine crescente! Siamo nel tempo della connessione.

Educare a “linkare le competenze”, educare a socializzare e vivere, protetti, una costante esposizione pubblica,  educare a saper scegliere come districarsi tra opportunità e rischi della società digitale… è ciò che si chiede oggi alla scuola!

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